Madrugada

I protratti periodi privi di idee e creatività imponevano su di lui quella malinconia a buon mercato che prende sempre la gente nei momenti in cui finisce qualcosa di bello e atteso. Come quando durante la notte si scioglie la compagnia degli amici, o quando nelle sere di tardo agosto ci si accorge all’improvviso che l’estate se ne è andata, e i presagi dell’autunno attirano sempre più presto il buio. Sulla spiaggia deserta, coi piedi a mollo nei primi metri di mare osservava l’alba, nella vacua ed orrendamente pigra speranza che il sole oltre al caldo infernale gli elargisse anche qualche colpo di genio; se si rendesse conto che affidare la propria ispirazione a un astro lontano e indifferente non era la migliore delle scommesse, non lo sapremo mai.

 

Opossum

Strade di ghiaia

Quando finalmente il clima prese la forma e la consistenza dell’autunno, terminarono, inaspettatamente come erano iniziati, i fine settimana in cui lei aveva deciso di usare parte del proprio prezioso tempo libero per allietare il suo. Quei luminosi sabati e domeniche avevano lasciato spazio a vecchie abitudini, a weekend tornati vuoti come prima se non di più. Poiché come Bernardo Soares “não tendo para onde ir nem que fazer, nem amigos que visitasse, nem interesse em ler livros” -o quasi-, passava non poca parte delle giornate sdraiato sul letto fissando il soffitto, sforzando ogni fibra nel tentativo perennemente frustrato di non pensare a niente, proprio a niente, assolutamente a niente.

 

Opossum

Discorso dell’uomo pallido che ululava sulla montagna

Quando sono in bicicletta a volte decido che voglio essere avventato e cominciare una salita difficile. E le salite difficili sono tante ed aumentano, perché sono uno scapestrato dalla fisicità ridicola, non mi alleno, non ho una bici eccezionale e vedo ormai il termine del mio quarto decennio di vita avvicinarsi. Le salite sono stronze, quando sei in bici sono autentiche puttane. Ma quando il masochismo chiama tocca rispondere, e cambiare altitudine è un buon modo per farlo.

Quando sono su una salita difficile di solito cerco di non pensare alla strada. Guardo la ruota anteriore e i pochi metri davanti a questo orizzonte, poi mi distraggo e mi metto a pensare alle cose più assurde che mi vengono in mente. Penso alle regole del cricket e agli undici modi possibili per eliminare il battitore. Penso alla gestione dello spazio colore dello ZX Spectrum e ai relativi conflitti sugli attributi. Penso a mio nonno materno che per addormentarsi invece delle pecore contava le province italiane, e di solito dopo questo penso ai 27 stati brasiliani ordinati per macroregione e alle loro capitali (e non mi viene mai in mente quella del Sergipe, che se ne vada a cagare). Penso ai modi di discernere i monosillabi che vogliono l’accento da quelli che non lo vogliono. Penso alla cinematografia estone e a selezionate pagine di Pynchon, Soriano e altra gentaglia. Penso che mi rendo conto all’improvviso che è da due giorni che ho in testa in loop “Vorrei ma non posto” di J-Ax e Fedez e non capisco come sia possibile. Penso che se mi venisse un infarto e morissi proprio qui, proprio ora, mio nipote non avrebbe alcun ricordo di me e insomma, va beh, uno zio non è un genitore ma se hai uno zio opossum pensa che sfiga non avere l’opportunità di conoscerlo. Penso a come scriverei un racconto in cui descrivo le cose a cui penso mentre affronto le salite difficili. Penso agli abitanti di quei paesi improbabili che mi può capitare di attraversare e mi chiedo come sia possibile tollerare un’esistenza lì, ma poi mi dico che se comunque sono riusciti lo stesso, pur stando in quei buchi di culo, a trovare la felicità, o almeno l’amore, o almeno il senso della vita, o almeno le pile per il telecomando, allora la vita gli è andata comunque meglio che a me.
Se ancora la salita non è finita è grave, perché comincio a pensare che sia meglio tornare indietro. Che è una cosa spiacevole su più livelli, mentali e fisici, spesso miscelati assieme in un amalgama dal vago sapore di merda. “Hai fatto tutta ‘sta strada per cosa, se poi torni indietro prima di arrivare? Ok, che non servi a un cazzo nella vita si sapeva, ma per Dio non sei manco buono di far girare due pedali? Stai ancora come quando a 10 anni cadevi dalla bici a rotelle (sì, purtroppo succedeva davvero, ve lo giuro, ma questa è un’altra storia)? Questa strada non la conosci, magari dopo quel tornante c’è una discesa, arriva almeno lì deficiente.” La mortificazione dell’anima e del quadricipite, tanto più crudele quanto più è inevitabile, serve solo fino a un certo punto di rottura, che in genere è -almeno per me- imprevedibile: c’è un contatto che salta all’improvviso da qualche parte della testa e che dice che no, basta, si torna a casa; e quasi da sola la ruota anteriore fa un’inversÈ UN TRATTO IN PIANO QUELLO LÌ A DIECI METRI DA ME? È UN TRATTO IN PIANO? SÌ! CAZZO, DAI CHE È FINITA e insomma a volte succede anche questo. Posso rimettere i rapporti duri.
Che mica me li ricordavo così duri però. Vaffanculo. Ma va beh dai, tanto mo’ c’è pure discesa, che goduria ‘sta brezza.

(La discesa, in bicicletta, è un concetto metafisico che non sempre ha un corrispondente reale. Una discesa è solo una salita al contrario. E quando ti giri per tornare sta lì a guardarti sorniona e sembra dirti “E ADESSO COSA CAZZO FAI, COGLIONE?”. Che è una domanda stupenda, seriamente. Perché ci pensi bene e capisci che la bicicletta, in fondo in fondo, è un bell’hobby di merda).

 

(E non voglio più vedere una salita fino al 2019).

 

Opossum

Pointless Pills #11

There was a time when he couldn’t wear anything white, otherwise the blood would have showed up everywhere. At that time he didn’t know what was going on in his life. But he liked to dress in black anyway, and that kept him going.

Another time, for a while, he really believed he was like everyone else. What he thought was normal. A job he didn’t like, a car he didn’t need, a woman he didn’t love. At that time he didn’t ask himself too many questions, and that kept him going.

Then, the time when time disappeared. He was living in the desert then, although he couldn’t remember its name. Nothing was wrong, nothing was right. He tried to learn the language of the stars. He failed, but trying kept him going.

And so many others. Plus the forgotten ones. So many moments, whispering from nowhere.

And what, now. They say the present is the most important moment. Does he agree?

He stops what he is doing. His eyes fly through the restaurant’s window. Outside there is Spring, deep, hard spring. Almost 10pm and everything is shining in Renaissance oil colors. His shift is almost done and he’ll have to run to his second job, the real one. The one that keep him awake at night. And keep him going.

The supervisor pops up over his shoulder, ehy mate, you alive?

And maybe he’s smiling, but he doesn’t know that.

“I’ll be in five minutes.”

 

Kire

 

Moleskifi [Pillole LDCDS]

Poi non ho scritto più niente perché non mi veniva più in mente un argomento su cui scrivere. Una storia, dei personaggi. Una cazzo di ambientazione. Niente, vuoto. Stavo lì alla finestra ad aspettare l’ispirazione ed era dura perché abito praticamente sottoterra – avessi avuto almeno un bel finestrone che dava sul Monte Baldo. Non avrei scritto niente lo stesso, anzi, forse meno, ma almeno mi sarei goduto un bel panorama col Baldo innevato (se inverno) o il Garda luccicante nella brezza (se estate). Il mio panorama erano i piedi dei parenti che passavano nel cortile. Non lo potevo neanche chiamare “blocco dello scrittore” perché avrebbe automaticamente sottinteso un paradosso, ovvero una mia presunta condizione di “scrittore”, cosa che non si poteva dare in alcun universo conosciuto. Allora si dava che fosse la molto più adatta sindrome del foglio bianco, che dopo il tardissimo Novecento è diventata sindrome del New Document nel Word Processor, che è la stessa cosa nonostante consumi più corrente e sia marginalmente positiva per gli alberi non più costretti a morire per dare sfogo ai pensieri impuri dei segaioli dalla prosa d’accatto. Dopo parecchio lambiccarmi e disperarmi ero arrivato ad insultarmi perché le mie idee facevano pietà, e quando non ne ho avute proprio più quasi quasi rivolevo le idee pietose. Non potevo farmi un discorso di carica allo specchio perché non ci tenevo tanto a guardarmi, erano molto meglio i piedi dei miei parenti. Ero rimasto senza alternative. Ed era in fondo un’opportunità. Avrei potuto raccontare la storia di un autore rimasto senza alternative, no? Una vicenda a suo modo epica vicina in spirito all’uomo comune che balbetta poesiole sulla sua moleskine. Ma poi non ho scritto più niente.

 

Opossum

Mari

Tutto comincia con il chiacchericcio delle onde.

L’oceano è tranquillo oggi, respira piano. Non è lui a svegliare Mari. I suoi occhi grandi e opachi si spalancano e trovano il mondo a cui è abituata, ma questo non è abbastanza per calmarla. Non si è mai sentita cosi. Tutto è….

Mari non è brava con le parole ma non importa, nessuno saprebbe descrivere adeguatamente cosa si prova nel vivere per la prima volta un’esperienza onirica.. E davvero Mari non aveva mai sognato prima d’ora, e se lo faceva, non se ne era mai accorta. Il sogno è arrivato senza preavviso, straniero eppure a suo agio, impossibile eppure realistico. L’affanno e l’ eccitazione e il terrore e la curiosità e l’euforia e la confusione e il resto di quelle emozioni a cui nessuno si è mai preso la briga di dare un nome, tutto si muove dentro di lei, tutto è…

Tutto è uguale, al prima e al dopo. Familiare. Il faro abbandonato di New Haven non è affatto una località sconosciuta, comunque la lunga camminata necessaria per arrivarci è sufficiente a scoraggiare i più, e resta un posto relativamente tranquillo. Mari viene spesso qui, nei pomeriggi senza vento. Le piace camminare dolcemente sulle pietre nere del molo, annusare gli odori ancestrali dell’oceano che le è proibito e sconosciuto, le piace distendersi a sonnecchiare all’ombra di quella torre strana e fuori dal tempo. Tutto è come al solito, Mari dorme nel sogno come sta dormendo nella realtà, almeno fino a quando comincia il tremore. Mari non è brava con le parole ma non importa, dentro di lei sa che l’oceano si è alzato dal suo vecchio letto e le sta venendo incontro. Spalanca gli occhi grandi e opachi, curiosa suo malgrado di vedere come corre un oceano folle, ma l’oceano è immobile, non c’è nessuno tsunami, ma il tremore continua, e solo ora capisce che le onde stanno arrivando ma da dietro di lei, è la terraferma che si è alzata e le sta correndo incontro impazzita, scrollandosi di dosso quello che ci piace considerare immobile e indiscutibile, e gli occhi di Mari non possono spalancarsi abbastanza per concepire ogni dettaglio, ogni finestra infranta di ogni palazzo scaraventato nel cielo, ogni persona e ogni auto e ogni lettera mai letta muoversi in ogni traiettoria mai considerata, e ormai l’enorme ombra di tutta questa follia la raggiunge e l’abbraccia, quasi volesse proteggerla da cosa sta accadendo, e poi

C’è un rumore di passi che si avvicina, ora lo sente, e l’istinto la strappa suo malgrado al ricordo dell’esperienza. Un ragazzo, a una ventina di metri, non si è accorto di lei, cammina fino al culmine del molo di pietre, lo vede sedersi e accendersi una sigaretta e rimanere immobile senza fumarla, impegnato a parlare con l’oceano o forse con sè stesso. Mari si alza. L’adrenalina sta sfumando, ma qualcos’altro le rimane dentro, una parola che non conosce.. Apre la bocca e quello che esce è un lungo gemito, anzi quasi un ululato, un suono senza senso rivolto alle cose immobili e indiscutibili, a tutto quello che crediamo di comprendere.

Il ragazzo la sta guardando ora. Ha una certa aria triste ma le sorride, le fa cenno di avvicinarsi. Mari tende i muscoli, non si è mai fidata degli uomini, eppure comincia camminare lentamente e gli si siede accanto. E c’è un attimo di nervosismo quando lui la accarezza, ma passa subito. Lo lascia fare, sente la sua mano scorrere nel pelo folto della nuca, e lei appoggia il muso sulle zampe, chiude gli occhi e muove timidamente la coda perchè adesso, fosse anche solo per alcuni minuti, tutto quanto ha finalmente un nome.

K

 

 

L’Aleph

Riteneva che Google Street View fosse una delle più grandi invenzioni nella storia recente dell’umanità; un software che consentiva di passeggiare per una riproduzione sostanzialmente fedele del mondo rappresentava il connubio ideale tra la sua bramosia di visitare posti remoti e la comodità di potersene tornare a dormire nel proprio letto e cagare nel proprio gabinetto. Era un surrogato piatto e tutto sommato insapore di ciò che il pianeta aveva da offrirgli, che non gli lasciava di toccare con mano le cose e il terreno, ma che d’altronde gli permetteva di non dover temere rapinatori, malaria e acquazzoni. E poteva andar bene anche così.
Gli piaceva in particolare perdersi per ore nelle labirintiche avenidas brasiliane, fossero quelle lungo le spiagge carioca o quelle nelle periferie di Campina Grande, disperse nell’entroterra paraibano. Paragonava la sua conoscenza diretta della quotidiana esperienza urbana, pienamente europea, con quella che gli restituivano le istantanee di quell’assurda nazione, troppo grande per immaginarsela interamente, piena di grattacieli coi muri scrostati e case fatiscenti costruite a metà, umide, oscurate dalle ringhiere più antiestetiche che i fabbri di turno fossero in grado di modellare. Riemergeva dal monitor a fatica, ancora invaso da un misto di repulsione latente e di torbida fascinazione, che gli restavano attaccate per parecchi minuti e che aveva ormai imparato ad apprezzare, in un qualche strano modo; dopo qualche ora ne avrebbe anzi sentito la mancanza, e sarebbe tornato sotto quell’illusorio sole elettronico a guardare le strade altrui dalla tranquilla sicurezza di una scrivania, confrontando la sua realtà con quella che scrutava dietro uno schermo, in mezzo alla polvere ma lontano da tutto, rapito, incolume, indifferente.

 

Opossum

PointlessPills #9

“That’s really all this is. That’s how things work for me. I go from this place, this person to that place or person. And, you know, it doesn’t really make that much difference. I’ve known all different kinds of people. Hung out with them, lived with them, watched them act things out in their own little ways. And to me… To me, those people I’ve known are like a series of rooms, just like all the places where I’ve spent time. You walk in for the first time curious about this new room — the lamp, TV, whatever. And then, after a while, the newness is gone, completely. And then there’s this kind of dread, kind of creeping dread. You probably don’t even know what I’m talking about. But anyway I guess the point of all this is that after a while, something tells you, some voice speaks to you, and that’s it. Time to split. Go someplace else. People are going to be basically the same. Maybe use some different kind of refrigerator or toilet or something. But this thing tells you, and you have to start to drift.”

Jim Jarmush, Permanent vacation, 1980

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