Un Giorno ogni tanto

Calcinacci.

C’è un rumore sgradevole, come se un demente dai radi capelli stopposi si stesse mangiando di gusto uno xilofono. Le palpebre, sono come due vecchie saracinesche chiuse. Provo ad aprirle ma sono bloccate, si alzano giusto un soffio, tutto quello che ottengo sono due sottili orizzonti tascabili di luce conturbante. Riprovo di nuovo, stavolta con più forza, e le saracinesche si alzano di botto con gran gemito metallico e turbinio di polvere assonnata, da garage di periferia. La luce mi sbrana vivo, e poi si attenua.

Veloce.

Talmente veloce che non è che capisca tanto bene che succede. Mi guardo attorno, cercando d’istinto di dare un nome, un odore, un link familiare a quello che mi circonda. Sapete no, tanto per stare tranquilli. Ma appena giro la testa, seppur mi muova normalmente, la realtà scarrella folle da destra a sinistra, gli angoli delle cose nuotano nell’aria, le cose stesse ancheggiano e volteggiano come danzatrici orientali possedute dal dio mambojambo. Lo xilofono zombi continua.

Chiudo gli occhi. Respiro a fondo, aspetto un po’, poi li riapro.

Ora vedo meglio e sopratutto fermo, una specie di palude selvaggia fatta di ombre, i rami intricati creano un fitto grigionero, l’acqua verdastra gorgoglia, e finalmente vedo una cosa definita, un cellulare da due soldi grande come un uomo adulto che risale lentamente dalla superficie, con rimasugli melmosi che gli restano appesi addosso. Mi sa che comincio a rendermi conto di che succede.

Chiudo gli occhi di nuovo (li ho mai aperti?), premo forte i palmi delle mani su palpebre e tempie. Inarco il collo e mi lascio trasportare verso su, su, su, verso la vita, quella vera.

La realtà, vista da sotto, è sempre tremolante.

Poi, finalmente, sono sveglio del tutto. Aria, check. Letto, check. Testa, check. Mal di testa, check.

Il cellulare sul comodino squilla e vibra tutto pimpante. La suoneria, una di quelle midi di default, è qualcosa di orribile. Non rispondo, chiunque sia si beccherebbe solo gorgoglii. Prendo la rincorsa e mi metto a sedere. Dov’ero ieri sera? Boh. In ogni caso, giuro a me stesso che non berrò mai più.

Un’ora dopo, comincio ad assomigliare di nuovo vagamente ad un essere umano. Tempo di iniziare di nuovo a bere.

Tanto. Oggi è festa. Tutta la vita è una gran festa, ma ora come ora non mi ricordo se mi hanno invitato.

Esco di casa e mi tuffo nelle strade, lasciandomi trasportare a peso morto. Non galleggio troppo lontano, prima che la corrente mi porti da te.

Chi sei?

Non ti conosco, ma vorrei parlarti. Ti parlo. Devo usare l’approccio completamene sincero o la versione censurata e corretta? A me piace il primo, ma l’esperienza insegna che la sincerità totale fa strano a molta gente. Spesso le fa paura, anche se in fin dei conti stai dicendo cose belle. Spesso, troppo, il peso e il valore di quello che esprimi è direttamente proporzionale all’idea che gli altri hanno di te.

Devo lasciarti il tempo di farti un’idea di me? Ma ti devo guidare timidamente verso i miei lati migliori, o devo lasciarti rovistare a piacimento nei cassetti? E’ un rischio in ogni caso.

Lascio stare, che seghe.

Decido di guardarti e basta, per ora.

La tua espressività è un teatro di provincia, con pochi spettatori. La coreografia è spartana, il palco è male illuminato. I muscoli del tuo viso non sono grandi attori, ma sono pieni di passione per quello che fanno. Non c’è traccia di finzione o compiacimento nelle emozioni che ti saltano in grembo. Il taglio dei tuoi occhi e la pelle appena sotto sussurrano quanto hai sofferto per qualcosa. Mi sembri umile, insicura, intelligente e semplicemente bella.

Mi sto inventando tutto, o sei davvero così?

Cos’hai dentro?

Vorrei fare un gran respiro e tuffarmi, sgambettare sul fondo, accarezzare le perle nascoste e le alghe marce della tua personalità, vedere a quali pensieri solitari affitti la tua mente.

Il tuo profilo visto dal basso è sottile e sinuoso, rilassato ma attento. Ho voglia di fare l’amore con te, qui nell’erba, ora, lentamente, scoprire che odore hanno il tuo collo e le tue labbra.

Ho voglia di innamorarmi di te, solo per stasera, e poi andarmene. Non vederti mai più.

Stiamo poco insieme. Non ci diciamo nulla di memorabile, non succede nulla di memorabile, e neanche mi ricordo il tuo nome. Ma respirarti mi ha fatto bene.

Boh, grazie.

Ti saluto mentre tutto cambia. I colori diventano caldi, mentre l’aria si raffredda. La grande signora Notte comincia ad incipriarsi per il suo show eterno.

Ma stanotte non ho voglia di stare ad ascoltare i suoi rumori, stanotte me ne vado a letto rilassato e tranquillo, un pianoforte a farmi da faro e un po’ di pace a farmi da remo.

Tanta roba.

 

K

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