Gli occhi nudi

Un certo numero di primavere fa, quando ero giovane e non ancora schiavo di un futuro qualunque, ricordo che mi trovavo sopra un tetto, impegnato in alcuni semplici lavoretti. Stavo pulendo una delle grondaie quando, come si dice all’improvviso, incappai in un uccellino nato da poco, abbandonato a sé stesso in quelli che sembravano i resti di un nido d’erba tra i detriti. Non so che tipo di uccello fosse, so che era profondamente brutto. Aveva un corpicino rosa e minuscolo, sproporzionato, con un becco assurdamente ricurvo e questi occhioni enormi, spalancati, eterni. Si agitava flebilmente urlando senza una voce e senza sapere bene perchè, lo presi in simpatia. Con un amore e una cura che non mi appartenevano costruii per lui un giaciglio dentro il mio cappello, poi lo spostai in un angolino sicuro del cantiere, vicino a degli alberi in fiore che si godevano il vento. Il pomeriggio di lavoro continuava e io di tanto in tanto tornavo dall’uccellino per controllare come stesse. Non avevo idea di come ci si prendesse cura di una creatura simile. Con una certa goffaggine tentai di nutrirlo con delle ciliege, che sembrò apprezzare molto. Si muoveva freneticamente ora e sembrava ingrassare di vita ad ogni beccata. Quando arrivarono le cinque, misi via gli attrezzi e tornai dal mio nuovo amico. Rimasi per un po’ a guardarlo e poi lo lasciai cadere dentro un canale di scolo. Spolverai il cappello e me ne tornai a casa.

Nei dodici anni che separano quel pomeriggio dal giorno in cui scaricai il cadavere di Madeira nelle acque nere del Clyde, non avevo mai ripensato una sola volta a quegli occhi nudi che urlavano. Ora non riesco a togliermeli dalla testa e non riesco a fare a meno di pensare che avrei potuto fare di più, anche se probabilmente era meglio di no, anche se poi non sarebbe cambiato niente.

Avrei potuto fare di più, anche se forse era meglio di no, anche se poi non sarebbe cambiato niente.

(Frammento tratto da: La legge dei cani)

Kire

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