L’Intersecatrice (III)

Non ho mai creduto ai fantasmi, e non ci credo nemmeno ora. D’altra parte, come molti altri bravi agnostici, non ho mai nemmeno avuto la convinzione che l’universo si muova in base alle mie credenze. Quello a cui avevo assistito era stato senza dubbio…notevole; ma riflettendoci a mente fredda, dopo aver scremato tutto quello che era stupore e spavento, continuavo a rimanere scettico.

Scettico, e tuttavia curioso. Forse ero davvero entrato casualmente in contatto con qualcosa che non capivo, e forse lo stavo provocando, e forse era la cosa peggiore che potessi fare. Ma chi se ne frega, quando mai capita di vivere esperienze simili?

Questi erano grossomodo i pensieretti con cui mi dileggiavo i giorni seguenti all’…(Apparizione? Allucinazione? Epifania?)sulle scale. Con la scusa di un lavoro altrove, smisi di vedere Laura per circa una settimana, e la occupai interamente a studiare e informarmi su casi simili. Lessi molte cose interessanti, ma nulla che potesse essermi davvero utile. Morivo dalla voglia di combinare qualche pasticcio.

Trovare parcheggio fu facile, uno spiazzo di ghiaia ad un centinaio di metri di distanza. Anche entrare fu uno scherzo, si trattava solo di scavalcare un cancelletto arruginito di un metro e mezzo d’altezza, avendo la sola accortezza di controllare che non arrivassero macchine dalla strada, pronte loro malgrado ad immortalarci con i propri fari nel pieno delle nostre attività losche.

Le luci dei lampioni e delle case morivano pochi metri dopo il cancello, nello stesso punto in cui iniziava il regno oscuro della vegetazione. Quasi un secolo di abbandono e desolazione brindava soddisfatto alla visione del proprio operato: dell’unico, piccolo sentierino, già umile ai suoi tempi d’oro, non era rimasto praticamente nulla. Solo qualche gradino scavato nella roccia rimaneva ostinato a ricordare segni di pellegrinaggi antichi, terminati a fine ottocento, quando la comunità ebraica si era spostata verso terreni più fertili. La salita si ergeva pigra e lenta per circa una cinquantina di metri, piegandosi più volte su se stessa, facendoci imprecare a varie riprese per la ripidità e il buio e la natura bastarda e selvaggia, che ti lanciava rami in faccia e ti faceva inciampare in buche e dislivelli camuffati dall’erba alta. Quando finalmente arrivammo in cima alla collinetta rimasi senza fiato qualche secondo: non era cambiato praticamente nulla dall’ultima volta che ero stato qui, più di dieci anni fa. La luna abbracciava di luminosità gentile il vicino e il distante, le circa cento lapidi enormi di pietra grezza, e l’orizzonte con la città puntellata di piccoli punti di luce calda, e la nera pianura alle sue spalle.

Eravamo in quattro, io in testa, torcia in mano, poi Laura dietro di me, aggrappata al mio braccio con simulato e civettuolo spavento, e infine due miei vecchi e buoni amici d’infanzia, con cui avevo condiviso molti semidimenticati pomeriggi in questo stesso luogo, a fumarci canne, imboscarci con le tipette a giocare, a fantasticare su spiriti e fantasmi, iniziando ad immaginare giocando cosa fosse la morte. La magia dei sedici anni.

Avevo scelto io di venire qua, senza dire nulla a Laura se non mentre parcheggiavamo l’auto. Nel vederla apprendere che stavamo per intrufolarci in un antico cimitero ebraico, mi parve di notare nella sua espressione un accenno di disappunto, ma fu talmente passeggero che non feci domande. Ormai eravamo là. Non sapevo neanche io esattamente cosa aspettarmi. Guardai la macchina fotografica che tenevo appesa al collo, e mi sentii improvvisamente stupido. Cosa avevo pensato? Che una volta sul luogo, sarebbe saltata fuori all’istante una schiera di spiritelli giudei, pronti a farsi fotografare da me mentre facevano capriole? Forse avevo visto troppi film scadenti. Forse stavo semplicemente diventando scemo.

Restammo lì per circa due ore. Bevemmo birra e ci raccontammo storielle. Io ciondolai un po’ ovunque, osservando le strane iscrizioni antiche sulle lapidi, scattando decine di foto al nulla, foto che avrei controllato più tardi e in cui avrei sicuramente trovato aloni strani e facce dietro le spalle, come in un film coreano con le bambine capellone. Che stronzate.

Non successe un cazzo di nulla. Ce ne andammo tranquilli. Laura era silenziosa. Per la prima volta da quando la conoscevo, finimmo la nottata singolarmente, ognuno nel suo appartamento. Quando arrivai mollai la mia roba e mi fiondai a letto. Poco dopo, già sognavo.

Mi trovavo in un luogo completamente buio. Tentavo di spostarmi, di camminare a tentoni, ma mi scontravo continuamente contro quelle che mi sembravano persone in piedi, che non reagivano, non parlavano, non si muovevano.

Clack!

Improvvisamente ci fu una specie di lampo, una luce intensa e velocissima che illuminò l’ambiente per una frazione di secondo, abbastanza da farmi capire che mi trovavo in mezzo ad una folla immensa di figure umanoidi e oscure e immobili.

Clack!

Clack!

Il lampo si ripetè ancora una volta, e poi un’altra, e poi cominciò a illuminare a raffiche velocissime una distesa infinita di questi fantocci nerastri, e mi sembrava di essere in una discoteca piena di anime dimenticate e tristi, impegnatissime a ballare la danza immobile del silenzio.
Riaffiorai nel dormiveglia e ci misi un po’ ad accorgermi che non era completamente un sogno, e che qualcosa stava accadendo davvero. I lampi erano sempre più veloci e fastidiosi. Quando mi decisi ad aprire gli occhi con un gemito li richiusi subito, accecato da un treno in corsa di luce.

Clack! Clack! Clack!

La macchina fotografica, appoggiata sulla credenza, era rivolta verso di me e stava scattando di gusto. Il flash riempiva l’aria di esplosioni bianche e stordenti, che lasciavano aloni sulla retina e stridii nel pensiero.

E quando finalmente mi alzai per capire cosa stesse succedendo, mi resi conto di non essere solo.

Kire

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