Non possiamo aiutarvi

Storiella, dai.

Me ne stavo con un’amica, un po’ di sere fa. Belli comodi intimi, l’atmosfera c’è, si sta bene.
Questa ragazza vuole usare il preservativo. Io li odio, quei cosi. Cerco di spiegarle che sono un maestro nell’arte del coito interrotto, nel sesso come nella vita: in qualsiasi situazione o sensazione, so che c’è sempre la fregatura, da qualche parte. Sono bravo io, a evitare le fregature.
Non è che la convinco molto. Usiamo il preservativo.
Fatto sta che, non so se per sfiga cosmica o per bassa qualità del prodotto, il giocattolo si rompe. Nel momento clou.

Diciamo che all’amica mia sta cosa non fa molto piacere. Beh neanch’io non è che stappi spumanti, a dire il vero. Cerco di tranquillizzarla come posso: domani mattina appena ci svegliamo ci fiondiamo al pronto soccorso, e ci facciamo dare la pillola del giorno dopo. Cinque minuti, vedrai.

Cinque minuti.

La mattina dopo si piglia e si va. Il prontocura sta pure vicino a casa. Meglio di così!
Dopo qualche scala e corridoio, ci ritroviamo in accettazione. Al bancone c’è una donna.
Non sembra una stronza, non sembra nemmeno gentile. A dire il vero non sembra neanche viva. Ah ok, sì, parla. Però ha uno strano timbro metallico nella voce, lo sguardo perso nel vuoto verso il basso. Sarà mica un nexus 6 difettoso? Sono le note di Vangelis, quelle che sento arrivare dal fondo del corridoio?
Decido di lasciar perdere, spiego la situazione.
“Mi dispiace, ma il nostro dottore specializzato in questo riceve solo il giovedì”
Oggi non è giovedì, inutile dirlo.
“Capisco signorina, ma a noi non serve la pillola del giovedì. A noi serve la pillola del giorno dopo”
“Non possiamo aiutarvi. Provate all’ospedale qui di fianco.”

Eh. Proviamo.
L’ospedale accanto è bello imponente. Piastrellone e scalinate eleganti, sembra la hall di un teatro.
C’è una minuscola guardiola con scritto informazioni. Dentro non c’è nessuno. Aspettiamo un quarto d’ora, finchè nel tugurio si materializzano due vecchiette. Sembrano due siamesi uscite da un bocciodromo di periferia. Stanno vicinevicine quasi attaccate, prima di parlare si interrogano a vicenda con lo sguardo, forse per decidere il ritmo e non parlare contemporaneamente.
Mi guardo attorno, forse c’è Cronenberg che sta girando qualcosa. Non c’è.
Spiego la situazione, fanno una faccia esterrefatta, come se non sapessero di cosa parlo.
Cristo, non sto chiedendo un vaccino contro il veleno del ragno Kim Dum delle isole Galapagos. Vogliamo solo una cazzo di pillolina bianca.
“Non siamo attrezzati per questo”. 5 piani di ospedale, ma non sono attrezzati a prescrivere un confetto.
“Non possiamo aiutarvi. Provate in quest’altro ospedale, il blabla. Lì hanno un reparto di ginecologia”.

Ah beh, allora. Prendiamo l’autobus e ci fiondiamo dall’altra parte della città.

Subito in accettazione, di corsa. Stavolta la tipa al banco sembra davvero una stronza. Spieghiamo tutto.
“A cosa vi serve la pillola?”
Le colleziono, guarda. C’ho un album intero a casa. Ne ho anche una autografata dal dottor House.
Meglio di no dai. Ingoio il mio sarcasmo, e spiego tutto, stavolta nel dettaglio. La tipa sembra schifata. Chissà da quanto non prende un cazzo, questa.
“Lo sa vero, che dovete usare altri metodi?”
Visualizzo distintamente la mia pazienza mettersi sciarpa e soprabito, pronta ad andare al bistrot a bere un caffè amaro.
La prendo per la collottola e la faccio sedere di nuovo. La imploro in lacrime di restare.
“Sì signora. Ha ragione signora. Ora, potrebbe aiutarci? Per favore”
“Primo piano, reparto D”.

Ringrazio qualche santo a caso. Andiamo.
Driiin, campanello. Aspettiamo. Esce un’infermiera.
Una tipetta bassa e bionda, sui 40 anni. La sua faccia è una tazza bollente di astio vivace, con qualche goccia ben dosata di supponenza gratuita. Spieghiamo tutto. Ancora.
“Aspettate qui.”
Aspettiamo. Alla mia amica sta ragionevolmente salendo un po’ di ansia. Cerco di calmarla, anche se non sono tanto bravo in queste cose. Dopo un po’ l’infermiera torna.
Si siede sullo sgabello di plastica, di fianco alla mia amica. Le prende le mani. A me, non mi caga nemmeno. Sembra una scena da telenovela della bassa Brianza.
Anzi no, perchè nonostante quello che sta per dire, l’infermiera ha un sorrisetto cattivo e compiaciuto. Ora sembra di più twin peaks.
“Mi dispiace, ma il medico di turno in questo momento è obiettore.”
Buon per lui. Ma a noi serve la pillola, mica una confessione.
“Essendo obiettore, non le può prescrivere il farmaco.”
NON PUO’? Perchè io ci vedo invece un NON VUOLE?
Prendo la parola, cerco di capire il senso.
“Mi sta dicendo che un medico specializzato, in servizio, sottostante al giuramento di Ippocrate, si sta rifiutando di aiutare una ragazza in lacrime a causa di credenze puramente personali?
“Mi dispiace. E’ un problema COMPLESSO e FILOSOFICO.”
“Ma dove cazzo siamo, in un OSPEDALE o in un TEATRO GRECO?”
“Non possiamo aiutarvi.”
E’ troppo. Ora sì che inizia a salirmi lo schifo, nonostante il mio ottimismo. Comincio a immaginarmi katane insanguinate e servizi su studio aperto. Per l’ultima volta riesco a calmarmi, e cerco di elemosinare altre informazioni.
“Ci sarebbe un consultorio, dalle parti di blabla…”
Dove, strega puttana. DOVE.
“Non saprei esattamente…”
Certo, che non lo sai. Certo, che non hai un indirizzo da qualche parte, o almeno un pc collegato a internet per controllare. Certo.
Ce ne andiamo.
Altro autobus, altra zona. Chiediamo informazioni per strada, troviamo il posto.
Un posto piccolo e tranquillo. Niente accettazione, qui. Niente scalinate, niente teatri, niente campanelli da suonare e aspettare.
Un ufficio con un po’ di ragazze giovani che parlottano. La porta è aperta, ma bussiamo lo stesso.
“Permesso..”
Spieghiamo tutto, e stavolta una tizia sorridente e gentilissima ci ascolta in silenzio, annuendo.
Ci porta da parte, fa le domande di rito, ci prescrive la pillola. Una cosa di dodici secondi in tutto.
Vorrei abbracciarla, quasi lo faccio. Spero si sia accontentata del mio sguardo colmo di speranza verso la specie umana.
Da qui in poi è facile. Ultimo autobus verso la farmacia, un pranzo veloce, la mia amica ora è tranquilla. Io pure.
Penso alle divinità del mio pantheon personale, penso a Pachamama, penso al Karma.
Penso che se cerchi bene, puoi ancora evitare di odiare tutti.
Brindo con la mia amica, io con una birra, lei con il bicchiere d’acqua con cui ha ingoiato la pillola.
Stiamo tranquilli.

Non sono ancora padre.
Fino a qui tutto bene.

Kiree

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6 thoughts on “Non possiamo aiutarvi

  1. È sempre un piacere leggerti kiree, hai una dote descrittiva cruda e diretta, e riesci a far entrare il lettore nella storia…spero di leggere altro presto!

    • DAVVERO non avevo dubbio sul reale !!!
      ….avrei potuto scriverla…… iooooooo … forse anche molto “meglio” avrei fatto la parte della ragazza ovviamente…….da vera protagonista la storia è ancora + INCREDIBILE & divertente (dopo un po’ ci si ride sopra …AH L’ITALIA che paese!) Ma dalla parte del ragazzo presente e preoccupato è anche ottimo!!!! Continua ad ispirarti del reale !!! 😉

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