I’ll be everyday with you

The well-arranged gravestone and the orange sky, surrounded by grey and black clouds, formed a very good snapshot.

She was walking between the broad avenues of the big cemetery, enjoying the sound of her own steps, alternating grass and gravel, in the silence.

There was never anyone there.

“…Remember…”

And she just couldn’t find a reason for her coming there.

Walking among the tombstones appeased the void that was echoing in her head.

She was now in the old part of the cemetery, where there were graves dating back to two centuries ago. She touched lightly the thick tombstones, reading birth and death dates behind the mold.

She was doing her math; she enjoyed to calculate the age of the dead. Her favorite grave was the one of the Reed family.

It was a large stone monolith , taller and thicker than her. The original color was drowned by erosion and green mold. Over the monolith Towered a decapitated angel with arms outstretched, ready to receive someone’s soul.

Robert Joseph Reed was born in 1788 and died in 1866, a long and accurate life. His wife, Anne, was born in 1812 and died in 1843, while was giving birth to her third son, born dead and buried with her under the decapitated angel. Time had erased his name from the monolith. The first-born daughter was called Elizabeth, born in 1829 and died in 1836. The second son, Francis, born in 1831 and died in 1847. At the foot of the monolith was written large and well readable: GOD GIVES AND GOD TAKES.

It was impossible for her to understand why God had taken everything from Robert. if a man takes the lives of three children and a women, he will find himself facing life in prison , or even worse.

God has far too many liberties. The gravel path took her further.

Here, seven well-placed tombstones had succumbed to the front flattering the ground, and judging by their size they were surely disturbing those who were resting under the soil. Who knows for how many years they were like this. No one, relative or friend, was concerned about their kinsman’s tombstone. Everyone forgot.

There was a bench. She liked to sit there, and imagine the tombstone kneeling before her, a tribute to the dead to a woman still in life. A religious rite upside down

As she was sitting there, a light breeze on her neck was announcing the approach of darkness Darkness reminded her of the danger.

“The war..?” , she asked herself.

She looked in the depths of her mind, going back in time. She came back to the shelter, three night before. Dozens of men and women and children were kneeling in front of the priest who was screaming his sermon toward an humble Cross while the soft candlelight tinged the atmosphere of an orange as the sky above her head in the cemetery.

“…remember..:”, said the priest, but she wasn’t listening anymore. She was talking to a fat woman, almost bald and toothless. They were sharing a homemade cigarette, so strong that it was burning her lungs.

The fat woman was talking about something. She also had three children, all of them died. She was just like Robert. But there weren’t tears in that speech: dead children were a common topic in that times.

The thought of the war exploded in her head. She looked down at her hands, black and (callus). and scars on her legs, through her ruined skirt. She was hungry now.

“..The shop…I don’t have money for the shop.”
She remembered how she used to pay the food in the canteen. She remembered the feeling of nausea and hate. And e remembered that the Lord was always with her, like the priest shouts.

“”How many have you had?” Asked the fat woman.
“Two.” she replied. “But they didn’t took them. It was cholera.”

She suddenly got up, and started walking toward the east wing of the cemetery, were there was a mass grave

The sirens started screaming. long lament flooded the paths of grass and gravel, but she didn’t care, she was going to visit her children.

Under the scarred statue of the Redeemer, the circle of stone delimited the soil.

And remember, I am with you each and every day until the end of the age”, was inscribed on a plaque at the foot of the Redeemer.

She kneel down and started to talk to her beloved.

Everything was passed.

Slon

Edited by Roxana ([email protected])

Atser

-Resta-
Disse dal profondo della sua anima, mentre con una mano stringeva il braccio sfuggente.
Resta, gli disse, sapendo che non lo avrebbe mai fatto.
C’è qualcosa di più crudele, di chiedere sapendo che non verremo mai esauditi?
Resta, ma lui si sedette sul bordo del letto, scostandosi i capelli dalla faccia.
Resta, e lui non parlò, sospirando come faceva sempre, come lei odiava tanto ma senza aver mai avuto il coraggio di dirglielo.
La danza è finita, le luci si sono accese e improvvisamente tutto questo sembra così vuoto, così estraneo, ma io ti chiedo di restare e so che tu non lo farai.
E cosa farò io dopo, cosa ne sarà di me domani, e domani ancora e un giorno dopo l’altro, così, all’infinito, per quanto infiniti possiamo essere. Avrà l’alba lo stesso sapore, il vento continuerà a scompigliarmi i capelli o tutto cambierà, era solo un mondo nostro, costruito da me e te in un giardino verde, oppure è veramente questo il mondo.
Resta, perché non c’è più nessuno a spiegarmelo e improvvisamente mi sembra di aver scordato come si parla, perfino respirare ora mi sembra così superfluo, ora che è solo aria che che esce dalle labbra.
Resta,
oppure no,
non restare,
forse è venuto davvero il momento di girare l’angolo e vedere se veramente quel lampione illumina la strada come ho sempre pensato.
Non restare, alzati da questo letto, non guardare i muri, ignora i libri e le foto, schiva i nostri ricordi riflessi sulla finestra, alzati e vestiti, lentamente come sai fare, come se per te tempo fosse solo una parola inventata da un bambino capriccioso.
Quando chiuderai la porta tu non sarai mai esistito e io…
Io imparerò a scendere le scale senza corrimano, a non guardare lo specchio prima di uscire, scenderò a testa alta per strada e non abbasserò più lo sguardo, smetterò di fingere di essere una tela grigia e il mondo diventerà quel quadro che ho sempre voluto.
È venuto il momento, per questo?
Atser.

MDC
([email protected])

Ichi, ni, san, quatro.

Vivere d’arte e vivere d’amore. Un obiettivo a cui ogni uomo tende, o dovrebbe tendere. Ci abbiamo provato. Forse non ci siamo riusciti. Anzi, certamente non ci siamo riusciti, dato che vivere d’arte e vivere d’amore sono obiettivi superiori alle forze di qualsiasi uomo, temo. Oh, beh.

Sono passati quattro brevi lunghi anni da quando questo angolino di parole e immagini ha provato a dire la sua in un mondo crudele. Eravamo tre amici al bar che non avevano intenzione di cambiare il mondo, e infatti il mondo non l’abbiamo cambiato. Eppure, ci siamo tolti qualche soddisfazione. Ci siamo fatti leggere (e a volte pure apprezzare) da un fracco di gente in giro per l’Italia, la Scozia e la Terra; abbiamo pubblicato cose in inglese; siamo usciti dai confini della scrittura per addentrarci nel territorio della pellicola; abbiamo convinto qualche ospite a scrivere con noi; siamo diventati un punto di riferimento per tutti gli appassionati dell’atto di infilarsi zenzero nel deretano; siamo anche cresciuti di numero come saggi distorti, passando da tre a quattro con l’arrivo di Alex (che in realtà, sotto sotto, è un po’ come se ci fosse sempre stato). Ci mancano ancora alcuni traguardi (farci pubblicare da Adelphi, sbancare il Sundance Film Festival, cose così), ma ci stiamo lavorando.
Quattro anni che sono volati, trovo. E che fanno impressione pensando a quel tale che sentenziò la nostra fine entro un anno dall’apertura. Previsione fallita, grazie tante: ci berremo tre cordiali alla salute di chi ci ha voluto male, uno per ogni anno di errore.

Speriamo che gli anni davanti a noi siano ancora almeno altrettanti. Nel frattempo, proseguiremo a fare del nostro meglio (o perlomeno del nostro meno peggio) per rallegrare qualche minuto della giornata di te che stai leggendo; e continueremo a cercare di arrivare all’obiettivo iniziale: vivere d’arte e vivere d’amore. O morire nel tentativo.

ldcds

Anime in Alba

audio: Rosetta – Hodoku/Compassion

Princes Street era vuota, nel gelo della notte; la luce dei lampioni la rischiarava a giorno, ma più o meno nessuno era in giro a goderne. Seduto sull’estremità di un marciapiede salvagente, davanti alla National Gallery, Mathias guardava nel vuoto in direzione di Calton Hill, con il suo corpo lì a Edimburgo e la mente chissà dove. Ed erano le quattro del mattino di un qualsiasi 10 gennaio. Aspettava.

Edimburgo non aveva una metropolitana: dopo quattro anni passati lì non aveva ancora accettato la cosa. Ok il suo status di capitale europea, la sua società multietnica, il suo sudare cultura da tutti i pori, ma in realtà per quel che gli pareva era uno sperduto buco bagnato e ventoso senza una fottuta metropolitana. Era così, coi treni della metro, che Tuane veniva da lui, in quei giorni passati giù a São Paulo: lei arrivava da Armênia sulla Linha Azul, e si incontravano in quel formicaio tremendo che era Estação Sé, dove lui già la aspettava. Si baciavano annegando nella fiumana paulista che scorreva loro attorno, e Mathias trovava che fosse comunque un bel modo di amarsi. L’amore arrivava coi treni della metro. Edimburgo la metro non ce l’aveva e lui non glielo poteva perdonare, perché così gli sembrava che ad Edimburgo non potesse più trovare l’amore.

A Edimburgo era arrivato correndo dietro a Tuane, dopo che lei aveva deciso di attraversare l’Atlantico un bel giorno e non era più tornata indietro. In Praça da Sé, davanti alla cattedrale, l’aveva aspettata per mesi che erano sembrati lustri, finché, non avendo più niente da fare, da sperare o da perdere, prese per l’oceano pure lui. La Scozia gli era piaciuta e continuava a piacergli, a dire il vero, finché non pensava alla mancanza della metro. Il tempo era folle un po’ come a São Paulo; e pazienza se era più freddo, perché del caldo era stufo. Non c’erano traffico e inquinamento. E c’era lavoro.

Ma non c’era più Tuane. L’aveva cercata dappertutto, ma quando Mathias era arrivato lei se ne era già andata chissà dove, tornata in Brasile o volata su Marte o Dio solo sapeva che altro. Non riuscì a trovare nessuna traccia concreta d lei in città né nei dintorni: solo qualche conoscenza che non aveva niente di utile da dire. Dopo qualche settimana di ricerca, svuotato, smise di correre dietro ai fantasmi. Si risolse comunque a fermarsi lì sul Forth: a quel punto qualsiasi posto era insensato quanto un altro.

Era tornata quell’estate, a settembre. Quella sera di gennaio, a un concerto, aveva cominciato a parlare con una ragazza appena conosciuta. L’aveva saputo così.
– Sei scozzese? – gli aveva chiesto quella.
– No, sono nato e cresciuto in Francia, per quel che può valere. Ho vissuto un’eternità in Brasile.
– Dove?
– A San Paolo.
– Ho conosciuto una ragazza proprio di lì qualche giorno fa. Magari la conosci.
– Mah, San Paolo è grande. C’è un sacco di gente.
– Più che a Edimburgo?
– Più che in tutta la Scozia.
Ma il nome e la descrizione che la ragazza gli dette erano giusti. Era stata lì anni, se ne era poi andata ed infine era tornata, ed anche questo corrispondeva. Quante brasiliane con quel nome e quell’aspetto potevano esserci in giro per Edimburgo? Quante brasiliane con quel nome e quell’aspetto potevano essere tornate ad Edimburgo due volte?
– Dove vive?
– Non lo so. L’ho incontrata un paio di volte a Leith. Ci porta a spasso i cani altrui. Per lavoro, credo.

La ragazza sconosciuta aveva incontrato Tuane vicino al porto. Tuane era a Edimburgo. Mathias scoprì che andare a dormire era diventato all’improvviso impossibile. Seduto in Princes Street per ore ascoltò turbamenti repressi per anni provenire da qualche parte dentro di lui. Quando non ne poté più si alzò e si diresse verso il Leith Walk. Le otto del mattino, Edimburgo riprendeva vita a attorno a lui. A latitudini più dolci avrebbe potuto forse godersi il sole, mentre lì di luce dal cielo non gliene arrivava granché. Pazienza.

Non aveva sperato di avere fortuna, ma forse quel giorno qualche divinità benevole trovò che i suoi anni di sofferenza avessero ben meritato una ricompensa. Tuane era là, nel Leith Links, mattiniera come era sempre stata, in quel gran freddo verde. A Edimburgo era arrivato l’amore anche senza la metro, seduto ad aspettarlo su una panchina in un prato gelido. Tuane guardava verso il cielo, forse contava le ultime stelle. Sentendo avvicinarsi i passi di Mathias, girò lo sguardo e guardò fisso l’uomo in avvicinamento. Si alzò sorridendo.
– Speravo fossi tu.

Si abbracciarono. Stavolta attorno a loro scorreva solo il vento. Ma andava bene anche così.

 

Opossum

Yard time

“So? Do we still have to walk a lot?

The Rationality spoke with.a firm and annoyed voice. Although it was a normal working day, her desk up on the antepenultimate floor was still full of practices to deal with. Moods and emotions were always making her lose an huge amount of time, and the worst thing was that there was no way of getting rid of them.

“No?”

Replied the Doubt, with his ancient and floating voice.

“We should be almost there…but you never know for sure down here, right?”

The tiny corridor obliged them to walk in a line, the Doubt first, his wizen nose popping out the hood and slicing the lazy light coming from the neons in the ceiling. On the side walls, a myriad of small white doors lied locked and silent. The Rationality looked at them, reassured by the silence. She tried not to think about the cacophony of cries, laughters, screams, songs and curses that were actually happening behind these doors. The soundproofing system was working perfectly, and that was enough for her.

“Here we are, sister.”

She almost crashed into the Doubt, who suddenly stopped at a door, this one wide open, revealing a tiny empty room, the white ceramic walls covered by countless squirts of blood, both random and organized in complex images and phrases.

(per stillicidia emittere animam)

The Rationality carefully looked at them, one by one, while the Doubt started to enounce his report.

“Ambition. Here since some years…seven? Maybe ten. Sick. Unstable. Dangerous? They tried to restrain her with warnings and leashes, but she became only more aggressive. She had a violent argument with a comrade, and they decided to lock her up here. If this is an here. After all, this place doesn’t even exist, right?”

(He who ask timidly, teachs to reject)

“What was the argument?”

“Silly reasons. The Common sense was making fun of her. He said – If you were to make it, you would already have -, or something like that.”

“And?”

“ She chew his throat off, and then she tried to rape him. He never fully recovered, poor guy.”

(Se attacchi un re, poi devi ucciderlo)

“How was she able to escape?”

“It’s not known? I certainly don’t know. It’s your duty, to hunt prisoners and anwers. My duty is to keep an eye on you. I hate my job.”

“Keep an eye on ME? You should have…”

The first wave hit them in a way that surpassed the physical faltering . It was a conceptual violence, it was like attending to something that can not happen. A subtle sensation of movement began to bite the sides of reality.

“We’re moving!”, squeaked the Doubt, “The Omni is walking! It can’t be, but it is. Amazing!”

“Silence, sleep eater!” ,shouted the Rationality, “I don’t know how, but someone desecrated the temple. We have to go to the last floor, now!”

The second wave roared his satisfaction, while the two of them started running back in the corridor. The doors began to fell, while the prisoners started exiting the cells. A lost love, blind and naked, was dancing in the passage, blocking the way. The Rationality hit him with force in the stomach, making him collapse on the floor. Other bearded regrets were crawling outside, long and dirty fingernails anxious to dive into the eyes of some young hope. From behind, fears and awarenesses of every kind marched quickly toward an apathetic freedom. The Rationality and the Doubt fought together with fierceness, barely being able to escape the maze of the nightly whispers. They made their way to the painted stairs, which led them up to the last floor, while the shockwaves continued to flatter, always more stronger and rhythmic.

They found her there, tiptoing over the precipice, her eyes on where before were the doors of the temple, now open for the first time in a very long time. Outside, the unexplicable whirling of the External Sea was devouring himself, while he shouted his questions to the eternity, without even caring for possible answers.

“Look who we have here. The bastard son of Knowledge, and the spinster queen, cheater of the senses. A lovely little wind today, don’t you think? Perfect for a walk!”

Calm and sinuated, so it sounded the voice of Ambition. And for a moment, a long, intense moment loaded with eventuality, it really looked like that things were going to fit in togheter, in a satisfying ending.

The Ambition didn’t go for a walk. Her gracile figure didn’t vanish between the tides of the entrophy below, dragging the entire temple with her. The great doors began to close slowly, while the shockwaves diminuished by number and intensity. She turned and started walking back, passing through the Rationality and the Doubt without even looking at them.

“I just wanted some fresh air.” , she said. “I’m going back down to bleed now. If you need me, you know where I am.”

Everything was motionless, again, like it was supposed to be.

Kire

 

 

Ora d'Aria - by Anna (theannuz@gmail.com)

Ora d’Aria – by Anna ([email protected])

Marginalia

E’ difficile descrivere lo sguardo di un uomo prossimo alla morte.

Marcus Maney, 42 anni, di professione veterinario, infelicemente sposato, senza figli, senza sogni, con pochi risparmi e ancor meno ricordi, non era mai morto e non aveva grandi esperienze in merito. Eppure, non avrebbe saputo in che altro modo interpretare l’espressione del barbone che in quel momento quasi appoggiava il proprio naso al suo, occupando la totalità del suo campo visivo.

Un’altra persona sarebbe indietreggiata all’istante; un’altra persona avrebbe almeno fatto una smorfia di disgusto, in risposta ai denti marci e al vivace fetore del senzatetto.
Marcus Maney invece rimase immobile, ammaliato da quegli occhi così consapevoli, così folli. Una sorta di panico mischiato a fascino morboso lo incatenava a quel particolare momento. Il sole della periferia era tramontato ormai da un pezzo, ma la strada era ancora avvolta in una luce pallida e pigra, che sembrava essersi dimenticata dei suoi impegni altrove.

“Rispondi. Ti ho forse chiesto dei soldi?”

La voce del clochard era roca e piena di sincera indignazione. Il suo sguardo finalmente si abbassò per un secondo, e Marcus lasciò libero il respiro che stava trattenendo senza nemmeno rendersene conto. Ai loro piedi, la moneta da 50 pence li osservava con fare indifferente. In fondo alla strada stava passando un uomo a cui una volta una tigre del Sumatra aveva strappato anulare e mignolo, ma nessuno ci fece caso.

“Non ti ho chiesto dei soldi. Non ci sono cartelli. Stavo seduto a terra a pensare. Non hai nemmeno rallentato, lasciando la moneta. L’hai gettata come fosse un fazzoletto nei rifiuti. Perchè? “

Ancora, Marcus Maney non rispose. Il pensiero di protestare, di dire che lo stava facendo per semplice cortesia, per abitudine metropolitana magari, non lo sfiorò nemmeno. Si sentiva, inspiegabilmente, come se il mondo stesso avesse deciso di voltarsi dall’altra parte. Le schiene silenziose di ogni punto di riferimento conosciuto lo squadravano perplesse, come se dubitassero della sua stessa esistenza. Lo assalì l’assurdo impulso di gridare, e con gli occhi lo fece, spalancandoli fino a far scricchiolare le palbebre, il suo sguardo lanciato verso il vagabondo come una folle auto in corsa senza freni.

“Mi ascolti? Sei drogato?”

“Ti ascolto. Non so cosa dire. Non capisco cosa mi succede. E’ come se fino a poco fa fossi stato impegnatissimo a fare qualcosa, ma non ricordo cosa. Non volevo offenderti. Credo di essermi appena ricordato di essere infelice.”

Diede la risposta tutto d’un fiato, come se spaventato dalla prospettiva di non averne poi molto ancora. Il finto senzatetto gli lanciò un’ultima occhiata sospettosa, poi sembrò rilassarsi un poco.

“E’ facile dimenticarsene. E’ un po’ il motivo per cui me ne stavo a pensare. Vieni, parliamo. Ma non qui, sei già il terzo che mi lancia addosso monete oggi. Seguimi.”

L’uomo rovinato iniziò a camminare, infilandosi in una laterale vicino senza controllare se Marcus lo stesse seguendo. Mentra si spostavano, quasi fluttuando nel sottobosco di vicoli del porto, il veterinario si rese conto che pur vivendo in quel quartiere da sette anni non aveva mai messo piede sopra quei ciottoli. Non si era mai preso la briga di sbirciare oltre ai margini della sua quotidianità, dando per scontato di aver qualcos’altro di meglio da fare. Il tempo era passato come sua abitudine, lento e veloce allo stesso tempo, come un aereo di linea appena oltre il layout dell’orizzonte. E ora si stavano fermando in uno stretto pontile isolato che si affacciava sul porto, il mare del nord che sembrava accucciarsi dietro il brutto profilo delle navi mercantili.

“Eccoci. Non proprio spettacolare, ma è la cosa più vicina ad un panorama, nei paraggi. Siediti.”

“Mi chiamo…”

“Non mi interessa il tuo nome. Parlami di quello che hai dimenticato.”

A Marcus non servì tempo per pensare ad una risposta. Le parole uscirono naturali, semplicemente, come se fossero state create solamente per essere usate in quel preciso momento.

“Quando ero piccolo, sedevo nel giardino fuori la casa dei miei nonni, Osservavo la luce del sole che filtrava tra le foglie della grande quercia, e mi chiedevo come funzionasse. Il sole, intendo. Non lo sapevo, ma avevo la rassicurante certezza che un giorno l’avrei imparato. Non è mai successo. Non mi sono mai spostato da sotto quella quercia, e non ho idea di cosa sia importante e cosa no. Credo di essere spaventato.”

Rimasero alcuni minuti in silenzio. Se l’altro uomo l’aveva capito, anche solo ascoltato, non ne diede traccia. Poi iniziò a parlare, rivolto più al buio che a Marcus.

“Per gli ultimi 14 anni, fino a questa mattina, sono stato constantemente dipendente dall’eroina. Un fantasma completo, il cui corpo si divorava da solo. La mia famiglia mi ha ripudiato. Tutti i miei amici, quelli della mia adolescenza, perchè poi non sono più riuscito a farmene di nuovi, sono morti, o in galera, o semplicemente non vogliono avere più nulla a che fare con me. La mia vita è una pozzanghera che non si asciuga mai, che nessuno calpesta. Questa mattina presto ho preso una dose e ho deciso che sarebbe stata l’ultima. Fra non molto cominceranno i brividi, ma non è quello che mi spaventa. Mi spaventa cosa farò dopo, una volta passate le crisi. Non ho idea di cosa, e come, cominciare. Ho buttato via talmente tanto tempo che l’idea di decidere come usarlo mi risulta aliena. Non so come si vive. Ma credo di volerlo fare.”

Prima che l’ultima parola avesse il tempo di posarsi sull’acqua, il vagabondo si alzò e si incamminò senza lasciare nient’altro dietro di sé oltre all’eco di una distorta speranza. Marcus lo seguì con lo sguardo fino a quando non sparì dietro ad un capannone. Non lo rivide mai più, e non seppe mai se riuscì a raggiungere il suo obiettivo.

Quanto a lui, non lo sapeva. Forse ora sarebbe cambiato tutto, o niente. L’unica cosa di cui era certo, una determinazione mai provata prima, la voglia di capire come funzionasse il sole. E se non l’avesse capito, avrebbe cercato oltre i bordi delle pagine, in cerca di una nota lasciata da altri lettori. E avrebbe capito, se non il perchè, almeno il come.

O almeno, così sperava. E sperare era già molto di più di tutto quello che avesse fatto fino a quel momento.

Kire

Belzebù

C’era una volta Belzebù, sul suo trono di bambù, al suo fianco Re Artù, gonfio di virtù.
Belzebù, malefico e cattivo, stava preparando un aperitivo, quando Artù, noioso e ripetitivo, disse:
“Qui c’è da fare un preventivo”.
“Di Cosa?” disse il satanasso, già ubriaco come un tasso,
“Per la ristrutturazione del castello”, rispose Artù, “ci potremmo fare un bel bordello”,
“Ma mi costerà un salasso, e farà un gran fracasso” esclamò il diavolone, bevendo un gran sorsone. “E sti cazzi non ce lo metti?” replicò Artù, “Sei imbottito di soldi, se permetti, e nessuno si lamenterà del rumore, se non vuole che io l’affetti”.
“E va bene” disse il demone “ma a una condizione: che tu ti scopi un montone”,
“Ma che dite Belzebù, i montoni l’ho già scopati, ora gradirei scoparmi uno gnù”,
“Temerario siete, mio cavaliere, non sapete che lo gnù, feroce ed assassino, vi incula a sangue e poi vi impala sopra a un pino?”
“Correrò il rischio, mio signore, d’altra parte nell’amore, c’è la gioia e c’è il dolore”
“Allora che comincino i lavori, ai plebei la fatica, a noi gli onori!”
“Bene bene, satanasso, ma bisogna chiamare il catasto, altrimenti il risultato potrà essere nefasto”, Artù, saggio e consigliere, disse grattandosi il sedere.
“Ma quale catasto, io sono il principe del male, io faccio tutto in nero, sono un gran maiale”
“Come volete, mio signore, ma poi non dite che io non vi ho avvertito, secondo me qualcuno qui, ci rimetterà il dito”
“Meglio il dito del pisello, che le cortigiane del castello, voglion solo fare quello”.

Alex Kerouac

Steven Bauer

The advertise man says be your own boss.
I have been my own boss and then I missed somebody to tell me what to do. Who wants to be president when you can have the easy life of a Domino delivery guy running through the city on your tiny bike bringing happiness to overweight families and overboard students?
The advertise man tells me the keys of success: believe it, aim your point.

What’s the name of the guy who played Manny in Scarface?

At the moment my point is to run over the hill each Saturday and burn some fat because people keep asking you getting fat?
It’s not that it bothers me. It’s the question itself that drives me mad. What are you asking? A fair question? My opinion on my own appearance? Are you trying to be sarcastic? Are you rhetorical?
Anyway it’s true, I am getting fat but you know, it comes with the age.

Steven Bauer.

The advertise man asks about my child dream, what did you dream to become? Are you close enough?
I dreamed to become a comedian and I feel as I was very close to be one, I worked twenty-two years in the fish market and even if you won’t believe me, it is a very funny and humorist environment.
The advertise man suggests to me to buy his book, it’s just 5.99, free delivery if you buy more than two copies. He says.
I picked up the phone and I ordered four copies.
Sir, there’s no such a thing as Cap ‘n Crunch’s Bank, I can’t accept your card. Says the lady at the phone.
Well, that pisses me off.
I turn off the telly after six days.

I move my ass out in the streets.

Is that guy eating shit? Oh no, it’s a Lebanese meat stick.
The air is dizzy and the sky is black and seriously, the Lebanese meat stick looks like a big huge turd.
I am direct to Shaun’s place. Shaun is the most stereotypical peace-boy-trees-fucker you can ever imagine. It has been three years he’s planning to bomb a Tesco supermarket and I am not joking, his house is full of notes, planes, pictures of the Tesco at the corner and other freaking wannabe terrorist material.
He’s gotta do it one day soon but he won’t kill a soul, it’s just a demonstrative act, he says. You know that kind of thing fuck your corporate and fuck your fake food. Go organic!
Whatever the fuck it means.
Shaun is a pain in the arse but he shares.

When Shaun open the door I can’t do anything else to heat his bloody pale face and the dirty Rasta pending down to his butt hole.
Hey come in.
The house smells like a bad novel. First thing I notice is a poster of an Atomic Bomb Mushrooms Cloud, there’s written “
NO MORE! even if it doesn’t happen so often. No need to shout.
Shaun offers me this joint rolled with this grass from Ecuador made by local people while they sing love songs and there never rains, the weather is sunny and enjoyable and there are not gypsy at all.
He probably paid that stuff half of his monthly benefits ensuring a good number of meals at the KFC for his white drug dealer.
It is good.
Shaun’s dog lies on the floor belly up showing his balls at the ceiling. That dog is always so fucking wasted.
My mind is relaxed and thank God Shaun passes away very soon.
I start wondering what would be a nice thing, lose weight, be young again and finally be a delivery pizza guy or world peace, why not? Maybe that poster isn’t so wrong, look at what is happening in Syria and around there. Wouldn’t be nice if it will just stop, one day to another?
But for do that you need real power, a powerful power. You should go to the mighty people on the planet, somebody like Quentin Tarantino.
I am pretty convinced that Quentin Tarantino is the Key for the world peace and he doesn’t know or doesn’t care.
Why?
Just take any mediocre B movie shot in the seventies with five hundred dollars budget and actors found in a rehab clinic. Nobody gives a fuck about it ‘till Tarantino says oh that shit is good, and everybody realizes that he’s right, they agree with him and they love it and they buy the DVD and then the blue-ray and the director who now works as KP in a kebab shop becomes famous and he doesn’t even remember the title of that piece of shit but he finally earns the money for buying a electrolarynx for his poor wife.
All this because Quentin spoke.
And it’ll work with everything.
If Quentin would say that pork ribs are the best food he has ever eaten, Jews and Muslims will seat to eat them together.
If Quentin would say that Cap ‘n Crunch’s Bank is the best bank since the invention of banks then I could buy all the shits I want.
But He doesn’t do it and it’s getting late, and I am still fat and far distant from the modern man’s dream: The Domino delivery guy.
Somebody shouts in the street, Shaun wakes up, he cleans his nose with a rasta and says good morning.
It is morning, another day and I am just a dreamer.

What was that guy name again?

Slon

Sensation

It is just a sensation.
Nothing more.
Listen to Heather, she has it too.

He kept saying that in his head, as it could make that real. Just a sensation.

Coming back to Heather, she was talking about her leg. It was gone long time now, thirteen years she said, but it was still there, attached to her body. She could feel it. She felt the pain, she felt the touch. The only thing she could not do was seeing it.
Because her leg was gone, thirteen years ago with the incident.

Was the break fault, she said, piece of shit car. So long to the left leg and her husband.
He was driving, fault in the brakes my ass, a man so dumb to marry a boring cunt like Heather shouldn’t be allowed to drive.

He hated Heather or to be more specific, she disgusted him.
A living lamentation of how her fucking phantom leg was just a metaphor of her husband to be still with her, though she couldn’t see his chubby pink face. And she would take his picture from her wallet to show his fat face to everyone else.
Then she cried and Tom, the group leader, would rise from his chair and go to hug her and it was hilarious: Tom left both his arms in Afghanistan, now he had two cheap plastic prostheses that made him look like a mannequin from the mall.
A mannequin embracing a fat old bitch with one leg. After all these meeting were funny, how do you jerk-off Tom?

like Heather he lost a leg too. Wasn’t an accident, cancer did that.
Cut it straight from the quadriceps.

He never minded that, he accepted it as a natural consequence of his sluttish life.
It was not God punishment, more like an eruption. All his life had been a pile- of magma, any bad things he did was accumulated under his skin ‘till the day the magma erupted, as a cancer.
Was just his opinion. if it sounded stupid fuck that, he didn’t care.

The dreams began three months after the surgery.
He dreamed his leg, it was still there and it was disgusting. Far beyond the phantom limb.

A swollen rotted leg was still attached to his body, in the dreams he was in the bed, he just looked down and he could see it: was full of worms been busy eating the dead black flash, three big flies were resting on his foot, shitting more worms, he couldn’t move but if he could he would never touch that horrific thing.
He didn’t feel pain, he didn’t feel anything.

Was just the smell.
Putrid and sweet, it would make you puke your lungs.

When he woke up the smell was still there, attached to him, attached to the bed, it wouldn’t go away. No matter how many times he showered, washed his clothes she sheets. It remained with him.

He was tough, he could handle a bad dream, but he couldn’t resist that smell.
So he started to follow the meetings. Any Tuesday he wore his prosthesis and went there, with the hope that someone else was experiencing that, someone like him who was having dreams.

But he was alone.
The only other cripple who had dreams was Joshua, a big fat black guy.
They had to cut his foot because of’ the diabetes. After that he often dreamed he was running in a field full of flowers.
Diabetes runs in my family, Joshua said often. No one runs in your family you fat shit, he thought every time.

The meetings resulted into a failure for his purpose. They were enjoyable when Tom tried to hug one of the guys and were amusing for making fun of the others but nothing more.
Their purpose was to help to accept the loss of a piece of the body and move on, enjoy your life even with something less than before. In the end they were just cripple whining for their situations.

He didn’t need that, he just wanted to stop dreaming, and he just wanted to breathe fresh air again.

Marta had both her tits cut off; breast cancer.
They had something in common, they were junkies. Didn’t take long before they met outside the meetings, in the same sidewalk.
When he invited her over his place, he was thinking that an overweight forty year old heroin addicted without breast wasn’t the worst woman ever been in his house.

She was sitting on the floor, cooking, he was on the only chair he owned. He put away his prosthesis and looked at her.

Do you dream?
I do?
About your tits?
What do you mean?
When you dream, are they still there?
Yes, and my hair are still black and I’m twenty years younger.
Can you still feel ‘em?
No, do you?
Sort of.
Sort of?
It’s complicated.
Why you are attending the meetings?
I need help.
How?
I want to stop dreaming.
Are these dream so terrible?
Can’t you feel it? this smell?
No.
I can.

She raised on her feet with the syringe in her left hand.

You first, where?

He raised on his only leg, pulled down his treasures and his underwear, then came back to sit.

I think it’s my last vein.
She did him first, then she took it for herself.

Later they were in bed, both naked. He was caressing her scars on her chest, neither could be sure if they had sex, they were silent.
She turned to him and rested her head on his chest.

Above the smell he felt something, a naive sensation, a lonely tear went down from his right eye. And the he said it.

Help me.

She looked at him, kiss his forehead and raised from the bed. She walked to the window, opened it.
He could feel a string of fresh air in the room.

She looked out.

Get dressed, it’s a wonderful night. Let’s go for a walk.

Slon