Sangue degli empi

Quando era tutto perfettamente buio e silenzioso ci alzavamo dal letto e ci armavamo senza dire una parola. Potrebbero essere state le tre del mattino. In genere lo erano. Mio padre e mio zio usavano fucili da caccia: non erano cacciatori, usavano quelle armi per un solo compito, quello di quelle notti. Io avevo una spranga, perchè un fucile non avrei comunque saputo usarlo. non era un granchè, ma qualche volta si era dimostrata utile.
La strada al culmine dell’estate, era sempre ancora impregnata di buona parte del calore del giorno. Alla luce dei lampioni passeggiavamo, sempre muti sebbene non ce ne fosse bisogno, fino al limitare del bosco. Capitava, ma era rarissimo, che si incrociasse qualche auto o moto che risaliva la strada; quel primo tratto di percorso era illuminato dai lampioni, ma i nottambuli alla guida erano invariabilmente troppo assonnati o troppo sbronzi per badare a noi tre.
Nel bosco era più difficile procedere, anche con la luna piena, ma non era troppo folto e comunque quel posto lo conoscevamo bene. Camminavamo per qualche minuto fino ad arrivare al ciglio di uno strapiombo. Sotto, dopo un salto di qualche decina di metri, assurdamente illuminati da un falò,
loro erano raccolti in cerchio. Come di consueto. C’era una ragazza legata tra loro, completamente immobile.
I satanisti si radunavano spesso lì, ed erano per noi un problema importante. E avevamo deciso che dovevamo essere la soluzione. Quando un paio di
loro presero la ragazza legata e la spinsero nel centro del cerchio, mio zio caricò il fucile, portò il mirino all’occhio e prese cautamente la mira.

Opossum

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