Viaggio di un Simbolo

Una volta era un Re, e si vestiva sempre di nero.

Aveva un gran cappellaccio sproporzionato da cui spuntava ogni tipo di onirico ghiribizzo, tra cui una croce storta e traballante, e antiche frasi ricoperte di polvere bagnata.

Per anni aveva regnato sul suo piccolo feudo, un fazzoletto di terra e legno nella foresta, dove viaggiatori di ogni tipo si fermavano a riposare, a raccontare e ascoltare storie in strane lingue.

Al sovrano piaceva apprendere frammenti di regni lontani; e ringraziava i viaggiatori intrattenendoli con visioni di epiche battaglie e il calore di fuochi saggi, che raccontavano crepitando la leggenda del mondo.

Come ogni re che si rispetti si muoveva lentamente, un passo alla volta, e i suoi passi erano pieni di grazia calcolata tanto quanto di sfrontato timore, dato che si muoveva solo quando realizzava di essere in pericolo. Scappava all’indietro, guardando negli occhi il suo nemico, senza perderlo mai di vista, senza seminarlo mai.

Aveva combattuto e perso abbastanza battaglie da sapere che non avrebbe mai saputo fare altro, e fuggiva la pace perchè temeva che l’avrebbe reso inutile e dimenticato.

Fu rapito in una sera strana, leggera e chiarissima, con una luna piena come mai si era vista. Grandi banchi di nubi violacee si avvicinavano a lei da destra e sinistra, come se un enorme sipario si stesse per chiudere sul palco del cosmo. Quando la luce fu bandita, il sovrano era sparito.

Fu costretto a partire solo, verso mete casuali, terre che non aveva mai sognato. Anche se non lo vedeva e non lo sentiva, percepiva chiaramente che qualcosa di sconosciuto guidava il suo pellegrinaggio. Ma cosa? Un’idea, un malocchio, gli Dei? Inutile chiederselo. Il Re solitario viaggiava, imparava e dimenticava, e faceva degli errori.

Una sera, mentre si pavoneggiava davanti alle luci economiche di una stanza d’albergo di periferia, perse l’equilibrio e cadde nella notte. La pioggia era qualcosa di totale, e cancellava quelle pochissime percezioni riuscite a sfuggire al buio. Cadde per un tempo lunghissimo, e finì con l’infrangersi nei punti più improbabili del dimenticare. Lì sarebbe rimasto a marcire in buona compagnia, se qualcosa non si fosse messo tenacemente alla sua ricerca, ritrovandolo in una pozzanghera brontolona. Quattro occhi luminosi e scattanti si posarono su di lui. Era lo stesso qualcosa che aveva consigliato i suoi passi? Il Re non lo sapeva, ed era troppo occupato a soffrire per rifletterci. La caduta lo aveva ferito nel profondo: il suo cappello si era rotto, la croce si era spezzata, ed il suo sguardo era un pozzo di cicatrici. Ma in fondo era pur sempre un re, e non si è mai visto un re arrendersi di fronte a inezie come un’anima strappata. Il tempo di recuperare le forze ed era già di nuovo in viaggio, migliaia di chilometri distante da quella pozzanghera.

Ora il piccolo Re vive solo, in una capanna di campagna dal tetto di lamiera e dai muri di parole.

Nelle belle notti scrive poesie di gesso e dorme all’aperto, vicino a una fontana morta che ogni tanto si risveglia di colpo, tossendo stanche lingue di fiamma che durano il tempo di un respiro.

Se la luna glielo permette, alza la tesa del cappello stracciato e guarda lontano.

Traccia strategie sulla cenere con un ramo di ciliegio, pensa a dove sarà domani,

e sogna di sanguinare ancora.

 

( Nota assolutamente inutile: una notte trovai un pezzo degli scacchi in un luogo lontano e interessante, e lo portai con me. Questa potrebbe essere la sua storia, vista attraverso i suoi occhi. Oppure potrebbe essere la mia vita, o la vostra, o quella di nessuno. Comunque sia, mi piace l’idea che anche un piccolo pezzo nero di plastica, rotto e spezzato, possa sognare. Ciao.)

Kire

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2 thoughts on “Viaggio di un Simbolo

  1. Geniale, deh!
    Mi ero perso ad un certo punto. Avevo capito l’inizio, ma poi la piega presa dalla storia è diventata enigmatica e spiazzante. E il finale è luminoso.
    Ottimo pezzo.

  2. Grazie! In effetti sì lo svolgimento è un po’ contorto, ma non avrei saputo buttarla giù in altro modo. Mi fa un sacco piacere che hai colto

    K

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