Perimetri

Una cosa che la divertiva era entrare nelle proprietà private altrui e scorrazzarvi in lungo e in largo, quando la vita che percorreva solitamente quei luoghi -se esisteva- era altrove e nessuno poteva vederla. Trovava varchi nei recinti con un sesto senso che più di un ladro esperto le avrebbe invidiato, sovente si infilava nelle pieghe di una rete o nella crepa di un muro contorcendo abilmente il suo corpo minuto. Sapeva dell’esistenza di quelli che si divertivano a correre e arrampicarsi per le strutture della città (uno di loro, nel breve volgere di una effimera relazione che ora ricordava con disagio, le aveva insegnato il termine, “parkour”), ma lei non cercava quello che cercavano loro. Né le interessavano i beni materiali che qualche volta i proprietari arrivavano a proteggere con cartelli di “Attenti al cane” (e ogni tanto i cani c’erano davvero). E neanche il vago brivido illegale della violazione di proprietà privata.
Quello che la interessava in quei luoghi di silenzio, fossero case cantieri discariche o che altro -cartoline verdi e grigie da videogioco postatomico-, non l’aveva ancora capito nemmeno lei. Forse era un banale piacere terreno, un poco infantile, cui non sapeva dare un nome preciso. Ma non era importante. Si rialzò da terra dopo aver strisciato sotto metri di filo spinato, e scrollandosi di dosso la polvere ricominciò, in un appezzamento da poco scoperto, quel suo eterno gioco senza risposte.

Opossum

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